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June 10 OI ARISTOIMay 08 Sallustio, Tacito e lo smascheramento dei vitiaSallustio e Tacito strutturano un’articolata critica circa le dinamiche che reggono e muovono i meccanismi sociali e politici dei loro tempi, analizzando “scientificamente” e acutamente processi e cause determinanti la degenerazione delle cosiddette priscae virtutes. I due storiografi, vissuti rispettivamente Sallustio durante il I sec a.C. e Tacito durante il I sec d.C., individuano nel processo di esaurimento del regime politico repubblicano a favore dell’affermazione del principato, espressione della volontà di un unico e non più del Senato, la spia di un decadimento che, di conseguenza, investe inesorabilmente la vita sociale dell’intera comunità dei cives. Sallustio e Tacito partono dal presupposto, di stampo tucidideo, che la storia sia espressione dei rapporti economici e che siano proprio questi ultimi a dettare le condizioni di scelta delle grandi personalità, ben inserite nei ranghi delle istituzioni politiche. Perciò, non è un caso che per Sallustio l’ambitio e l’avaritia, ovvero l’ossessione e la smania incontrollabile per gloria e ricchezze, si identifichino nei vitia, che attanagliano la Roma del I sec a.C., insanguinata dalle continue guerre intestine (Mario contro Silla, Cesare contro Pompeo Antonio contro Ottaviano), frutto di innumerevoli conflitti di interesse e responsabili del degradarsi della convivenza civile e delle varie forme di rappresentanza politica. E secondo Sallustio tale condizione non fa altro che minare e mettere in discussione il significato stesso del “far politica”. La politica, infatti, lungi dall’essere considerata come una “missione”, assume le sembianze e diviene un progetto di lucro personale, che esclude automaticamente la dialettica necessaria e indispensabile fra le parti, annientata e polverizzata dall’inesorabile affermazione dell’unus a discapito degli omnes, il Senato. A questo punto siamo in grado di capire perché Tacito, fra il I e II sec d.C., auspichi un ritorno alle virtutes del mos maiorum nell’incrollabile speranza ( o illusione) che la dialettica fra le parti, ragion d’essere e terreno fertile per l’oratoria, risusciti. Ma appunto si tratta di una mera illusione di cui lo storiografo è consapevole. Ecco che allora è il principato adottivo (Nerva e Traiano, Traiano e Adriano) a offrirsi come unico compromesso ai vitia contemporanei, il male minore e forse il più razionale rispetto ad essi. Un profondo senso di insoddisfazione, di sfiducia, di delusione, racchiuso in un sentimento palesemente e manifestamente pessimista circa le prospettive politiche, emerge nelle opere del De coniuratione Catilinae, Bellum Iugurthinum di Sallustio e nell’Agricola, nelle Historiae e negli Annales di Tacito. I due storiografi, soprattutto attraverso le monografie, danno una precisa risposta alle problematiche del loro tempo. Interpretano, infatti, tali monografie come prolungamento dell’attività politica e come necessario lavoro di smascheramento dei vitia contemporanei, effettuando critiche costruttive, pungenti e penetranti, che investono, inoltre, l’aspetto psicologico dei personaggi. In ciò risiede l’aspetto tipicamente drammatico delle opere di Sallustio e Tacito, di ispirazione euripidea, nelle quali viene delineato il dramma dei personaggi,travolti dalle passioni politiche e delineati e tratteggiati come figure ambivalenti, in bilico fra il bene e il male, fra l’animus e la voluntas. Emblematici al proposito sono i ritratti di Sallustio, ricchi di pathos e tensione, quello di Catilina, divorato dall’ambizione e dal potere, quello di Giugurta, la cui virtus è corrotta sin dalle radici. Tacito delinea con altrettanto pathos e tensione i martiri della libertas caduti sotto Nerone e per analogia il suocero Agricola, sconfitto dall’invidia di Domiziano. E, infine, brevitas e inconcinnitas,elementi chiave del loro periodare, evidenziano il fascino della lingua, volutamente involuta, cupa e oscura, in quanto assidua compagna dell’amara riflessione sulla vita. April 30 Lettura pre/pro EsameLa ricerca della felicità e il fantasma dello statalismo(di Luigi Cavallaro, da “Il Manifesto”)
Il novecento è stato un secolo di errori, orrori e presunzioni fatali, quindi dobbiamo uscirne: è stato questo il leitmotiv della riflessione a sinistra negli ultimi quindici anni. Abbiamo creduto nel progresso, nello sviluppo, nel miglioramento delle nostre condizioni di vita, e non ci siamo resi conto che questa credenza scassava l’ambiente. Abbiamo creduto di poter riuscire a controllare il processo della nostra riproduzione sociale, invece di affidarci all’astratta personalità della (sua) natura e abbiamo creato i gulag, i lager e perfino l’Iri e le usl. Abbiamo creduto nella capacità conformatrice della legge, dimenticando non solo che la norma è la faccia buona dell’esclusione ma soprattutto che ci sono campi in cui non c’è norma ma solo eccezione. Abbiamo postulato l’esistenza di strutture macrosociali- il capitale, lo stato, le classi, i partiti- quando l’unica entità analitica di rilievo è l’individuo. Abbiamo immaginato che esistessero obiettivi comuni a vaste masse (qualche megalomane diceva addirittura “universali”), dimenticando che le persone si dividono per genere e anche per colore, religione, gusti e dunque tra le loro preferenze non è possibile alcuna sintesi- ciascuno/a è la misura del proprio destino. Ci siamo stupidamente appassionati alla critica dell’economia politica, quando le uniche cose che contano sono la cultura, il linguaggio i corpi. Abbiamo persino pensato all’esistenza di una realtà oggettiva, mentre invece non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Per fortuna oggi tutto questo è finito. Nessuno crede più che i pubblici poteri possano conseguire una qualche forma di “signoria sul denaro” senza coartare indebitamente le preferenze individuali, e proprio per questo ogni appello alla stabilizzazione del debito pubblico è destinato a cadere nel vuoto. Nessuno crede più che la funzione del benessere sociale possa essere frutto di una costruzione (una “sintesi”) politica, e proprio per questo la pubblica opinione preferisce donare a un impresa nonprofit piuttosto che sobbarcarsi un’imposta. L’idea che ognuno debba essere libero di coltivare il proprio giardino e che quando non riesce a venderne i frutti, abbia diritto a ricevere un sussidio, si manifesta non solo in una recente legge che ha equiparato le crisi di mercato del settore agricolo alle calamità naturali, ma anche nelle variegate proposte di istituire un reddito di cittadinanza, a cui questo giornale ha dedicato un divertente dibattito estivo. I “partiti nazionali!”, del resto, non ci sono più e con ragione quelle umane aggregazioni che vagamente gli rassomigliano o rivendicano la loro diversità. C’è in effetti ancora un po’ di sindacato, che chiede soldi e politica industriale e fa scioperi, ma le sue teste pensanti ( e le sue Fondazioni) non dubitano che il continuo fermentare e rinnovarsi del processo concorrenziale sia sempre e comunque preferibile al mar morto dello “statalismo”. E conseguentemente si guardano bene dall’evocarne i fanatismi: il problema dell’Italia, del resto, “non è la domanda ma l’offerta”. È vero, molte e molti sono depressi. Lavori intermittenti, flessibili, di durata incerta non aiutano il consolidamento delle aspettative. Ma la felicità dipende dal rapporto fra le nostre aspirazioni o il modo in cui percepiamo la realtà, quindi l’importante è non farsi illusioni sbagliate (come quelle novecentesche). Dobbiamo essere sereni per accettare le cose che non possiamo cambiare, coraggiosi per cambiare quelle che possiamo cambiare e saggi per distinguere le une e le altre. Quindi lasciamo stare Keynes: non di deficit abbiamo bisogno ma di risparmio, cioè di tasse e tagli, ché solo da lì possono venirci i soldi. In fondo giuste le previsioni del Dpef, tasse e tagli ci daranno la decrescita; basterà aggiungere un po’ di antagonismo sociale, una spruzzatina di commercio equo e solidale e la felicità verrà da sé. La transizione, così, sarà compiuta: saremo finalmente oltre il Novecento. E al diavolo gli idioti come me, che perdono ancora tempo dietro alle fantasticherie di qualche economista defunto. April 11 ITACASe per Itaca volgi il tuo viaggio, fa voti che lunga ti sia la via, e colma di vicende e conoscenze. Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi O Positone incollerito: mai troverai tali mostri sulla via, se resta il tuo pensiero alto, e squisita è l’emozione che ti tocca il cuore e il corpo. Né Lestrìgoni o Ciclopi né Positone asprigno incontrerai, se non li rechi dentro, nel tuo cuore, se non li drizza il cuore innanzi a te. Fa voti che ti sia lunga la via. E siano tanti i mattini d’estate che ti vedano entrare ( e con gioia allegra!) in porti sconosciuti prima. Fa scalo negli empori dei Fenici per acquistare bella mercanzia, madrepore e coralli, ebani e ambre, voluttuosi aromi d’ogni sorta, quanti più puoi voluttuosi aromi. Recati in molte città dell’Egitto, a imparare dai sapienti. Itaca tieni sempre nella mente. La tua sorte ti insegna quell’approdo. Ma non precipitare il tuo viaggio. Meglio che duri molti anni, che vecchio tu finalmente attracchi all’isoletta, ricco di quanto guadagnandosi in via, senza aspettare che ti dia ricchezze. Itaca t’ha donato il bel viaggio. Senza di lei non ti mettevi in via. Nulla ha da darti più. E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso. Reduce così saggio, così esperto, avrai capito che vuol dire un’ Itaca.
Costantino Kavafis November 22 ...oggi 18 anni..Oggi ho compiuto 18 anni. Sì, proprio così. E non provo nessuna vergogna nel raccontare che oggi mi sono commossa; perché commuovendomi mi sono sentita felice. E dico felice, perché ho condiviso questa giornata ricca di emozioni con tante persone. Via i pensieri malinconici…per quelli oggi non c’è spazio. Grazie a tutti voi! Milia basia!
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